Un rapporto della Fondazione Osservatorio PMI rivela che il 24% delle piccole e medie imprese industriali ha subito ritardi nei pagamenti nel secondo trimestre del 2026, il doppio rispetto a un anno fa. Il calo delle vendite, che colpisce l'81% delle aziende, mette in tensione la catena dei pagamenti e aggrava la recessione del settore.

L'industria delle piccole e medie imprese (PMI) argentina sta attraversando uno dei suoi momenti più critici degli ultimi anni. Un'indagine della Fondazione Osservatorio PMI (FOP) relativa al secondo trimestre del 2026 ha confermato che la produzione è crollata al livello più basso degli ultimi sette anni, l'occupazione registra 14 trimestri consecutivi di calo e la catena dei pagamenti mostra segni di esaurimento.

Dati che accendono gli allarmi

Il rapporto evidenzia che il 24% delle PMI industriali ha registrato almeno un ritardo nei propri scadenziari tra aprile e giugno di quest'anno. Questa cifra è raddoppiata in appena un anno: nello stesso periodo del 2025 era del 12%. Le inadempienze più frequenti riguardano il pagamento di tasse (17,3%), fornitori (15,3%) e banche (8,6%).

Dal lato degli incassi, la situazione non è migliore: il 62% delle imprese ha dichiarato che i propri clienti hanno allungato i termini di pagamento. Di questo gruppo, il 40,9% ha segnalato ritardi lievi e il 21,7% ritardi significativi.

IndicatoreQ2 2026Q3 2025Variazione
Imprese con almeno un ritardo24%12%+100%
Ritardo nelle tasse17,3%8,6%+101%
Ritardo con i fornitori15,3%5,7%+168%
Ritardo con le banche8,6%3,4%+153%
Incassi con termini più lunghi62%s/d

Produzione e occupazione: numeri in rosso

La contrazione del livello di attività fa da sfondo. La produzione delle PMI è scesa del 3,6% destagionalizzato rispetto al primo trimestre e dell'11% su base annua. Il volume prodotto ha così toccato il minimo dal 2019. Le imprese più piccole sono state le più colpite, in linea con la tendenza storica.

Anche l'occupazione non dà tregua: i posti di lavoro nel settore si sono ridotti dello 0,8% nel trimestre e del 4,5% su base annua, completando 14 trimestri consecutivi di calo. Ciò significa più di tre anni di distruzione di posti formali nell'industria manifatturiera su scala minore.

Costi, redditività e investimenti: il circolo vizioso

Il rapporto rivela che il 73% delle PMI ha subito un aumento dei costi superiore a quello dei prezzi di vendita, con particolare incidenza di energia e trasporti. Di conseguenza, il 69% ha dichiarato che la propria redditività è peggiorata rispetto a un anno fa. Questa situazione si trascina da cinque trimestri consecutivi.

La perdita di margini impatta direttamente sugli investimenti: solo il 34,6% delle imprese ritiene che sia un buon momento per investire, il punto più basso in due anni. Tra le aziende che hanno migliorato la redditività, il 57,7% vede condizioni favorevoli; tra quelle che l'hanno vista peggiorare, appena il 26,8%.

Aspettative: leggero miglioramento, ma ancora in territorio negativo

L'Indice di Fiducia Imprenditoriale PMI (ICE) è salito da 40 a 43 punti, ma rimane al di sotto della soglia di 50 che separa pessimismo da ottimismo. Il PMI PMI, che anticipa il ciclo di attività, è avanzato da 34 a 44 punti, pur restando in zona di contrazione.

Importazioni: sostituzione e pressione esterna

L'apertura commerciale ha intensificato la concorrenza. Il 47% delle PMI ha manifestato preoccupazione per l'avanzata dei prodotti importati. Ancora più preoccupante: il 25% delle imprese ha sostituito forniture locali o parte della propria produzione con beni esteri. Il 15% ha incorporato prodotti finiti importati per completare la propria offerta.

La richiesta fiscale

Di fronte a questo scenario, il sollievo fiscale è la principale richiesta. Il 32,8% delle imprese chiede di ridurre le aliquote dell'Ingressi Lordi, il tributo che incide maggiormente sulla loro operatività, seguito dalle tasse comunali, dall'imposta sugli assegni e dai contributi previdenziali. Il 29,7% chiede di abbassare i contributi previdenziali.

RIGI: la grande promessa che non arriva alle PMI

Il Regime di Incentivo per Grandi Investimenti (RIGI) è stato presentato come un motore di sviluppo, ma la partecipazione delle PMI è marginale: solo l'1,5% partecipa come fornitore diretto di progetti aderenti e il 3,2% indirettamente. L'80,5% non ha alcuna partecipazione.

La combinazione di calo della domanda, margini compressi, restrizione del credito e pressione fiscale disegna un panorama complesso per il tessuto produttivo argentino. I dati del secondo trimestre confermano che la ripresa non è ancora arrivata al settore industriale delle PMI.

Fonti: Ámbito · TN · Infobae