Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato un'offensiva economica senza precedenti contro Teheran, con l'obiettivo dichiarato di far collassare il regime iraniano. L'avvertimento è diretto anche alla Cina, principale acquirente del petrolio iraniano, mentre la guerra in Medio Oriente entra nel sesto mese e lo stretto di Ormuz resta bloccato.

L'annuncio che scuote la geopolitica mondiale

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha annunciato che Washington imporrà "le sanzioni più dure della storia" contro l'Iran, in un'escalation senza precedenti del conflitto in corso dal febbraio scorso. La dichiarazione è arrivata in un'intervista alla CNBC, dove Bessent ha affermato che la nuova strategia mira a "far collassare questo regime".

"È un doppio colpo. Abbiamo il blocco (all'Iran) e avremo le sanzioni più dure della storia. Funzionerà in Iran e faremo collassare questo regime."

Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti

Il funzionario ha anticipato che terrà una conferenza stampa lunedì prossimo per dettagliare le misure specifiche, ma ha già chiarito che l'offensiva include un avvertimento diretto a qualsiasi paese che offra "qualsiasi tipo di ancora di salvezza all'Iran".

⚡ I punti chiave della nuova offensiva

  • Sanzioni economiche definite "le più dure della storia"
  • Avvertimento ai paesi che aiutano l'Iran: dovranno affrontare "tremende conseguenze economiche"
  • Pressione diretta sulla Cina, principale acquirente del petrolio iraniano
  • Obiettivo dichiarato: far collassare il regime di Teheran

Il ruolo della Cina: la variabile che Washington non controlla

Alla domanda se gli Stati Uniti potrebbero sanzionare la Cina per il commercio con l'Iran, Bessent ha risposto con cautela: "molte conversazioni è meglio averle in privato". Tuttavia, il funzionario ha sottolineato che Pechino dipende dal Golfo Persico per metà del suo fabbisogno energetico e che le converrebbe "unirsi al piano" per ottenere la riapertura dello stretto di Ormuz e un calo dei prezzi del petrolio.

I numeri spiegano la preoccupazione: la Cina acquista oltre l'80% del petrolio esportato dall'Iran, secondo dati del 2025 della società Kpler, anche se stime più recenti citate da Bloomberg elevano questa percentuale a oltre il 90%. Gran parte di questi acquisti passa attraverso raffinerie indipendenti, note come "teapot", con scarsa esposizione al sistema finanziario americano.

La relazione commerciale bilaterale complica qualsiasi escalation: la Cina è anche uno dei principali esportatori di terre rare verso gli Stati Uniti, un componente critico per l'industria tecnologica e della difesa americana. Inoltre, Pechino ha già ordinato a maggio alle sue imprese di ignorare le sanzioni statunitensi contro diverse raffinerie cinesi, invocando una legge di blocco del 2021 che impedisce alle aziende di conformarsi a sanzioni straniere considerate illegittime.

L'Iran risponde: "politiche fallimentari"

Il regime iraniano non ha tardato a rispondere. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha respinto le minacce economiche definendole "politiche fallimentari" che alimenteranno ulteriore ostilità tra gli iraniani e "porteranno più fallimenti". In un post sui social media, Araghchi ha affermato che le minacce mirano a distogliere l'attenzione dei cittadini americani dai loro problemi finanziari interni e ha aggiunto che il "terrorismo economico" degli Stati Uniti minaccia l'economia globale e la sovranità nazionale dei paesi di tutto il mondo.

Il conflitto in numeri

  • 28 febbraio: inizio della guerra con l'"Operazione Furia Epica"
  • 60 giorni: durata del memorandum d'intesa di giugno, già scaduto
  • +60%: inflazione annua in Iran a luglio
  • 90%: del petrolio iraniano acquistato dalla Cina (stima Bloomberg)
  • 10: attraversamenti di navi al giorno a Ormuz (rispetto ai 70 abituali)

Contesto economico

  • Brent: 91-93 dollari al barile, massimo in 3 settimane
  • WTI: 84-86 dollari al barile
  • Debito pubblico USA: oltre 40 trilioni di dollari
  • Rischio paese Argentina: 517-532 punti base
  • Premio al rischio geopolitico: elevato a causa del blocco navale

Il Pakistan, il mediatore che cerca di evitare il peggio

In parallelo, il ministro degli Esteri siriano, Assad al-Shibani, è arrivato a Islamabad per colloqui incentrati su questioni regionali, in un momento di alta tensione dopo il bombardamento israeliano su una base aerea nel nord della Siria. Funzionari pakistani hanno confermato che la leadership politica e militare del paese mantiene contatti sia con l'Iran che con gli Stati Uniti per ridurre le tensioni e promuovere la ripresa dei negoziati.

Il memorandum d'intesa di giugno, negoziato dal Pakistan con l'aiuto di paesi della regione, prevedeva un periodo di 60 giorni già scaduto senza che si raggiungesse un accordo. La mediazione pakistana affronta ora la sua sfida più grande.

La guerra che non finisce: impatto globale

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è iniziato il 28 febbraio 2026, quando forze americane e israeliane hanno lanciato attacchi congiunti contro il paese persiano nella cosiddetta Operazione Furia Epica. Da luglio, Washington mantiene un blocco navale sui porti iraniani e sugli accessi allo stretto di Ormuz, una misura che secondo le stime del settore privato iraniano sarebbe costata a Teheran miliardi di dollari di entrate petrolifere.

L'economia iraniana, già indebolita da quasi cinque decenni di sanzioni dalla Rivoluzione Islamica del 1979, sta attraversando una forte svalutazione della sua moneta e un'inflazione che a luglio superava il 60% annuo. Il transito attraverso lo stretto di Ormuz, dove passa circa il 20% del petrolio mondiale, è crollato a soli 10 attraversamenti giornalieri, secondo i dati Kpler, rispetto ai 70 abituali.

🇮🇹 Cosa significa per l'Italia e per l'Europa?

L'escalation in Medio Oriente ha effetti diretti anche sull'Italia e sull'Europa: il prezzo del petrolio sale (il Brent ha superato i 93 dollari), con conseguente aumento dei costi dei carburanti e delle bollette energetiche. L'Italia, che importa gran parte del suo gas e petrolio, è particolarmente esposta. Inoltre, l'instabilità nella regione può alimentare nuove ondate migratorie e influenzare le rotte commerciali del Mediterraneo. Per l'Europa, che cerca di diversificare le sue fonti energetiche dopo la crisi con la Russia, questa nuova crisi rappresenta un ulteriore campanello d'allarme.

Cosa succederà adesso?

Bessent ha minimizzato l'impatto dei suoi annunci sui mercati, sottolineando che "i mercati petroliferi stanno fraintendendo il significato di questa pressione economica". Il funzionario ha sostenuto che una maggiore pressione economica riduce la probabilità di una riattivazione militare su larga scala, anche se ha precisato che questa valutazione vale "per ora".

L'efficacia di questa nuova fase dipenderà, secondo gli analisti citati dalla stampa economica, da una variabile che Washington non controlla: la disponibilità di Pechino a sacrificare una relazione commerciale che sostiene buona parte dell'economia iraniana. La guerra, che si avvicina al sesto mese, non mostra segni di risoluzione diplomatica, e le elezioni di medio termine a novembre aggiungono pressione politica interna per Trump.

Fonti: Infobae, La Nación, Clarín / AP, Bloomberg, Reuters