27/06/2026 03:49 - Sociales
Per comprendere la gravità di ciò che accadde, dobbiamo ricordare che l'Argentina del 2002 era un paese in tumulto. La crisi economica e istituzionale aveva lasciato milioni di persone in povertà. In questo scenario, il presidente ad interim Eduardo Duhalde affrontava una società al limite. Il 26 giugno, movimenti di disoccupati noti come piqueteros (attivisti che utilizzano il blocco stradale come forma di protesta) marciarono verso Buenos Aires. La risposta non fu il dialogo, ma una repressione fatale coordinata dalla Policía Bonaerense (la polizia provinciale).
Giovane artista e militante di 22 anni. Mentre cercava rifugio nella stazione ferroviaria di Avellaneda, fu colpito alla schiena dalla polizia. La sua morte fu istantanea, simbolo dell'uso indiscriminato della forza.
Aveva 21 anni. Non fuggì; rimase per aiutare Kosteki. Fu giustiziato a bruciapelo dal commissario Alfredo Franchiotti mentre cercava di soccorrere il compagno. Un atto di solidarietà umana punito con la morte.
Dopo la tragedia, il governo tentò di installare una versione falsa: sostenne che si era trattato di uno scontro tra fazioni interne dei piqueteros. Tuttavia, il lavoro dei fotoreporter Pepe Mateos e Sergio Kowalewski smascherò la verità. Le loro immagini dimostrarono che non c'era stato alcuno scontro, ma una vera e propria caccia all'uomo.
Le foto mostrarono al mondo i poliziotti mentre sparavano e raccoglievano i bossoli per simulare un confronto inesistente, condannando l'azione repressiva.
La giustizia, sebbene lenta, arrivò. Il 9 gennaio 2006, il Tribunale condannò all'ergastolo i responsabili: Alfredo Franchiotti e Alejandro Acosta. Questo fu un passo fondamentale per i diritti umani in Argentina.
Oggi, la ex stazione Avellaneda porta il nome di "Maximiliano Kosteki y Darío Santillán". È diventata un centro culturale e di memoria, un luogo che testimonia come la verità e la lotta collettiva possano trasformare il dolore in speranza per le generazioni future.
Fonte: Infobae
Alfredo S. Quiroga